Antonia Jannone Disegni di Architettura
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Wood York   1 - 30 dicembre 2009
testo di Roberto Mutti

Difficilmente, fotografando New York, si sfugge all’invito di osservarla come la città dei grattacieli. Si potrebbe obiettare che vi sono zone in cui non ce ne sono e che non è l’unica città ad averne, ma il rapporto con New York è prevalentemente psicologico perché a quei volumi affascinanti, a quelle geometrie svettanti sembra impossibile resistere.

Per formazione culturale e per sensibilità personale, Alessandra Asta conosce bene i pericoli che le ripetizioni implicano ed è per questo che sa sfuggirle: vivendo a Venezia può inoltre constatare quotidianamente il rischio di quello che potremmo definire come inquinamento visivo del bello perché proprio ciò che colpisce la nostra immaginazione e la nostra fantasia può dare come esito immagini stancamente ripetitive o banali.

Riprendere New York per un fotografo significa accettare una sfida perché,come nel caso di Venezia, anche qui c’è in agguato una retorica, sia pure di segno opposto perché invece della bellezza antica e sonnecchiante da osservare passeggiando con calma specchiandosi nell’acqua dei canali, qui si evoca il traffico, il dinamismo, la velocità, le luci intense di una città che non dorme mai. Perché, è proprio vero, New York è una città che passa attraverso i più profondi cambiamenti rimanendo sempre uguale, un universo
autoreferenziale che pure sa mostrarsi al mondo, un magma dove ogni rinnovamento non cancella mai del tutto le tracce del passato.

Osservare New York vuol dire avere la sensazione di essere al centro di ogni contraddizione ma sapere anche che, hegelianamente parlando, è proprio dal conflitto fra gli opposti che si genera una sintesi che tutto comprende e contemporaneamente tutto supera. Così Alessandra Asta si lascia sedurre dal fascino di questo labirinto contemporaneo che non è fatto soltanto di edifici, insegne, strade ma anche di forti richiami culturali. Per chi conosce la storia della fotografia, infatti, ogni angolo di questa città è un fotogramma d’autore che si mescola nella mente intersecando ogni possibile ordine cronologico: la Quinta Strada innevata di Alfred Stieglitz, l’Empire State Building in
costruzione di Lewis Hine, i negozi di quartiere di Walter Rosenblum, la Harlem di Leonard Frred, le notti luccicanti di riflessi di William Klein e quelle maledette di Weegee, i volti delle donne riprese da vicino da Diane Arbus e le gambe dei passanti osservate ad altezza marciapiede da Lisette Model.

Davvero troppo per non desiderare un filo che faccia uscire da questo intrico visivo. Per farlo, Alessandra Asta ha semplicemente alzato lo sguardo verso l’alto e con quel semplice gesto ha compiuto l’operazione mentale che stava meditando: per uscire dalla regola ferrea ed insidiosa del occorre saperne contrastare la struttura stessa, quindi ciò che bisogna osservare non è la logica dell’intrico ma la pulizia formale delle pareti che lo definiscono. Le facciate dei grattacieli divengono così schermi capaci di recepire le
sensazioni dell’autrice, superfici riflettenti che danno accesso a dimensioni interiori inaspettate.
Per ottenere questo risultato occorre che le immagini si allontanino da ogni possibile levigatezza – che porta con sé come esito inevitabile un appiattimento dell’ immagine e del suo significato più profondo – per cercare una superficie altra che faccia loro acquisire una profondità, una consistenza, uno spessore nuovi. Questa superficie è il legno: imprevedibile, sinuoso, autentico, si contrappone alla freddezza del metallo e all’asetticità del vetro ma poi con questo finisce per fondersi in un tutt’uno. Alessandra Asta ricorre a raffinate rielaborazioni che le consentono di ottenere immagini frutto di sovrapposizioni di strati di diverse fotografie. Spesso le linee delle une e delle altre si intrecciano fino a confondersi ma in altri casi, soprattutto in quelle dove compare una porzione di cielo, questo viene volutamente “sporcato” da segni che sembrano, anche
se non sono, pittorici o grafici.

Grazie alla fusione degli strati e al legame che si stabilisce fra i diversi materiali le immagini acquistano una nuova forza espressiva. Si prenda come esempio “Sciarpa” dove la superficie dell’edificio ripreso dal basso e delimitato dal primo piano di una scultura acquista una grande plasticità che viene sottolineata sia dal tessuto che fa da sottofondo sia dalle tonalità cromatiche tendenti a un azzurro volutamente freddo. Anche i colori assumono in questo lavoro una grande importanza che viene ribadita nella serie delle “Incisioni” dove il soggetto, uno scorcio di grattacieli, è sempre lo stesso ma il risultato emozionale cambia a seconda che prevalga il nero, il bianco, il grigio, il turchese. Talvolta – è il caso di “MoMA” – la ripresa architettonica è pulita e lineare ed è la seconda immagine nascosta, forse in virtù di un nodo del legno, a rendere dinamico l’assieme. Ma può capitare, come in “One Way”, che il taglio particolare, l’illuminazione, la ripresa facciano pensare più ad un edificio veneziano che newyorkese anche se è il
particolare delle indicazioni stradali poi a chiarire le cose. Più che di un equivoco si tratta di una coincidenza, come se lo sguardo europeo e quello americano avessero avuto per un istante la possibilità di convergere verso un medesimo punto. Ma forse, più semplicemente, Alessandra Asta ha voluto dirci che New York non è semplicemente una città degli Stati Uniti d’America ma un luogo che tutti riconosciamo come nostro, dove tutto continua ad avvenire come se non fosse già avvenuto, dove si ha la sensazione che
ognuno abbia lasciato una traccia che vale la pena di seguire: a ben guardare, si tratta di una definizione che andrebbe bene per definire il teatro. Sono tutti elementi che si ritrovano in “Skyline” dove le tonalità del verde si contrappongono alle sfumature del grigio e del marrone mentre là in alto il cielo è attraversato da graffi che sembrano lampi mentre un attento regista illumina molte foglie in primo piano e poche finestre là, sullo sfondo.